LA NOSTRA FASE EMOFAGICA, di Maurizio Albertini, pubblicato in: MEDICINA DEMOCRATICA, N° 108, SETT.-OTT. 1996

LA NOSTRA FASE EMOFAGICA

(Vampiri a Milano)

di Maurizio Albertini

SEMINARIO DI ETNOPSICHIATRIA,

CLINICA PSICHIATRICA DELLA

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PAVIA,

CORSO DI SPECIALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA,

sett.-nov.,1995

Pubblicato con il titolo:

INCONTRO CON LA DIVERSITA’ ETNICA E

ATTEGGIAMENTO PSICHIATRICO,

in: MEDICINA DEMOCRATICA, N° 108, SETT.-OTT. 1996

I

“Mi chiamo Constantin R., ho 27 anni ma tutte le persone che incontro dicono che sembro più vecchio. Sono ormai otto anni che non festeggio il Natale a casa mia, e sa, Signore Dottore, è tanto tempo ormai; ma quest’anno rientro in Romania perché sono molto stanco.”

“In Romania, alla televisione, che da noi dice sempre la verità, ho visto che in Italia, in Sardegna è nato un bambino con le corna. Secondo lei, Signore Dottore, è vero? Ci sono questi mostri? Secondo me è il diavolo. Come mai nascono i mostri, me lo può spiegare?”

“Ma quando ritornerà il Principe Vlad Dracul tutto sarà bellissimo! Quando c’era lui le fontane erano d’oro e non esistevano i ladri. Lui era fortissimo, aveva invitato tutti i suoi nemici nel castello e li aveva uccisi tutti, poi ci fu la pace in Romania. Tutti stavano bene quando regnava lui, poi i nobili lo uccisero …”

“Ma lei sa che hanno dissotterrato un uomo dalle mie parti che era morto da anni e lo hanno trovato intatto, con la barba lunga e gli occhi rossi. Era un vampiro. Da noi ci sono ancora i vampiri. Allora hanno dovuto ucciderlo, proprio così! Ci sono molte streghe e maghi da noi: dove Dio è vicino anche il diavolo è potente. Qui da voi Dio non c’è più.”

Un ragazzo romeno, di un paesino vicino a Timisoara, esce clandestinamente dal suo paese e penetra in Austria. E’ scuro di capelli, tarchiato, molto forte. Ha un piccolo orecchino d’oro al lobo dell’orecchio sinistro e gli manca un incisivo superiore. In Italia (siamo nel 1995) fa l’imbianchino, di nascosto, clandestinamente.

C’è qualcosa di ferino e primordiale in lui. Sembra più vicino di noi alle forze della natura, agli animali, alle pietre preziose, all’oro, ai boschi e alle favole.

Assomiglia a uno zingaro ma non è uno zingaro.

In Austria viene cercato da poliziotti e cani lupo; lui aspetta che se ne vadano sdraiato dietro a un cespuglio in mezzo al bosco, con un coltello piantato in terra davanti alla faccia, pronto a colpire il cane che lo dovesse scovare. Prega, non lo trovano, arriva in Italia. Qui si mescola ai clandestini ma sa già dove andare, è intelligente e si è informato prima di partire sui posti e sulle persone che in Italia forniscono aiuto a quelli nelle sue condizioni. Si sistema, trova un alloggio sicuro, anche se una gamba rotta a causa di una fuga precipitosa dalla finestra per timore della polizia è stato il prezzo da pagare prima di arrivare a questo.

“La cosa più difficile da sopportare dopo due o tre giorni che non riesci a trovare una casa non è il freddo, né la fame o il sonno ma il fatto che non puoi lavarti. E dopo pochi giorni senza lavarti o cambiarti di vestito sei già degradato a livello animale. Non sapete quanto sia difficile dormire all’aperto, sotto gli alberi dei giardini pubblici, senza acqua, senza doccia. Solo dopo che hai potuto fare una doccia sei veramente un uomo.”

Constantin è colto, conosce la storia, la geografia, cita Darwin (nella selezione delle specie vince il più forte ed il più adatto …), conosce il sistema periodico degli elementi. Però crede ai mostri, al diavolo, a Dracula. Crede in Dio e alla missione del popolo ebraico che sarebbe, secondo lui, il più intelligente del mondo.

Constantin ha combattuto, ha visto i morti di Timisoara e la caduta di Ceausescu, la fine del comunismo e l’inizio della carestia. Sotto certi punti di vista si potrebbe perciò considerarlo più un profugo che un immigrato clandestino.

Mentre imbianca la casa di un mio amico furtivamente mi fa strane domande in maniera un po’ infantile e quasi canzonatoria. Sono comunque domande serie, fatte con la curiosità di un uomo del medioevo catapultato nel nostro secolo luciferino. Si avverte in lui un’anima superstiziosa e carica di divinità, di demoni, streghe, stregoni potenti, di maghi e chiromanti.

E’ abbagliato dall’Eldorado italiano e si interroga, ma sembra non avere dubbi: scambierebbe volentieri la sua foresta piena di lupi, orsi, volpi e vampiri con la geometrica e oscura civiltà milanese, quasi come se l’immersione nel freddo e deprimente regno di Crono tuttavia lo salvasse da una natura matrigna e divorante che avverte come ancora più minacciosa. Nonostante tutto è pur sempre nel regno degli Adulti e dei Padri, di Coloro che Dominano il Mondo e che Hanno la Conoscenza: gli Occidentali. Un Puer nel regno stritolante del Senex antico e stanco, calcolatore e depresso; un Puer curioso e orgoglioso di esserci, di riuscire a resistere contro ogni tentativo di venire espulso con la volontà di chi vuol fare l’esperienza di questo mondo, l’Aldilà Capitalista.

Poi, con dolcezza infantile, viene preso dalla nostalgia, dal bisogno di tornare a casa per festeggiare finalmente un Natale dopo il lungo esilio: allora affonda nella tristezza, nel rimpianto, sprofonda, viene risucchiato dalla terra, dalla terra in cui è nato. Laggiù è schiavo, è servo della gleba, contadino e bracciante, vive con i suoi animali. Laggiù ci sono il fratello veterinario (che è il prediletto della madre) e un padre in pensione, ex ferroviere e forse alcolista, che non lo ama. A tutti lui manda continuamente i soldi che guadagna da noi perchè si costruiscano la casa. Per sé non tiene nulla (“a me pensa Dio”, dice e non si accorge che non verrebbe vampirizzato dalla sua famiglia se si accorgesse che Dio potrebbe pensare anche a quella oltre che a lui).

Qui lui è eroe, lupo solitario, è un crociato, un antico romano che torna in Italia dopo mille e settecento anni di guardia alle frontiere nord-orientali del’Impero. E’ infatti molto orgoglioso del suo essere di origini latine, quasi italiane, di essere un quasi compatriota. Questo sentimento non esprime solo il bisogno di venire accolto dal nuovo gruppo ma è anche il segno di un’antica fratellanza, del ritorno di qualcuno che in qualche modo ci appartiene: il bambino che fugge dal passato e dalle sue seduzioni alla ricerca del futuro, per quanto incerto e duro possa essere. Il messaggio potrebbe essere: via dalla Madre verso il Padre! E i Padri, gli Antenati, per Constantin sono Romolo e Remo. Il suo nome, per chi avesse dubbi, è illuminante.

Detesta i tedeschi perché sono stupidi, troppo onesti. Solo i nostri meridionali gli danno da lavorare e lui si mescola volentieri con loro. Li ama perché sono un po’ ladri e levantini come lui, perché tirano sul prezzo, tendono a fregarti (perciò stimolano la tua intelligenza difensiva, affinano l’arte ermetica e mediterranea dell’inganno) e tu devi essere più furbo di loro.

Constantin, ex comunista, fiero di Marx e del materialismo dialettico, è ipnotizzato da televisori e automobili ma si accorge del nostro deserto affettivo e religioso. E’ la nostra voce critica, la nostra anima perduta che ci parla da lontano, con immagini semplici e potenti. E’ pieno di contraddizioni. E’ uno dei Diecimila Rappresentanti dello Spirito del Nuovo, perciò infastidisce il Vecchio che non lo tollera, lo vorrebbe morto o di nuovo aldilà della frontiera, nell’inconscio occidentale che è poi l’Oriente (… cioè l’Origine, da dove nasce la Luce-Ombra, il Sole-Luna, un nuovo stile di coscienza, non più eroico, greco o giudaico-cristiano, maschile, ma polivalente, ambiguo, semiliquido, ermetico e sino-arabo). Il Vecchio sa che verrà ucciso inevitabilmente dal Nuovo e, come ci ricorda il mito di Erode, tenterà di liberarsene attraverso stragi di innocenti, ancora troppo deboli per resistere, germogli precoci e sempre più numerosi di un’umanità in espansione demografica.

Vuole tornare a casa ricco. Vuole esibire a chi resta in patria la propria ricchezza, la misura concreta del proprio valore, il sigillo della riuscita di fronte a genitori e amici.

Il mito è sempre quello dello zio d’America: Constantin è usato abilmente dai suoi come una sonda, una cannuccia che pompa energia dall’Occidente per inviarla in Oriente. Lui si ammazza di lavoro nero per mostrare il proprio valore in cambio di un affetto sempre negato. Riusciremo a fare da padri a questi figli affamati e a strapparli alle loro madri divoranti, riusciremo ad accoglierli, a non farci spaventare dal terrore che scatena in noi il ritorno di Dracula o tenteremo in ogni modo di sterminarlo non accorgendoci di ciò che proiettiamo su di lui?

L’arrivo del rumeno-extracomunitario viene vissuto dalla coscienza come l’arrivo del vampiro-diavolo se questa stessa coscienza si mostra a lui in maniera ostile. E questo è maggiormente probabile quanto meno lo vediamo come esso realmente è, ma come se fosse il demone che abita in noi e che attraverso un meccanismo di difesa dell’io dall’inconscio proiettiamo su di lui (tutto ciò non tiene ovviamente conto di tutti quei fattori “etologici” di diffidenza e rifiuto dell’estraneo che hanno un enorme peso in questo caso …).

Quindi, ripeto, noi non lo vediamo come esso realmente è ma come se fosse il demone in noi, là fuori.

Naturalmente esiste anche la possibilità di vederlo quale realmente è oppure di vederne i lati positivi, creativi, veicoli di un nuovo modo di vivere, magari più sensuale e/o più spirituale: questo atteggiamento aperto nei suoi confronti riflette un atteggiamento analogo verso le parti inconsce della personalità (il “piccolo popolo” che vive in noi), in particolare di quelle sessuali (il demone semi-animale, come il dio Pan, nero, sporco, peloso, invadente, penetrante, disordinato ma vitale e sensuale, sanguigno ed ebbro di vino …).

L’arroccamento a difesa nella nostra scacchiera europea a quadretti regolari e il sentimento di venire assediati da queste figure diverse da noi è solo un sintomo della nostra paura ossessiva (o paranoide, nel peggiore dei casi) di ciò che giace oltre le colonne d’Ercole, i confini dell’io, che per l’educazione che abbiamo ricevuto tende in genere a voler restare puro e incontaminato, vergine, eroico, senza macchia (nero), pronto a sfidare il nemico (il Cavaliere Nero, il Saracino nero e peloso), a primeggiare, non cedevole né arrendevole (non bisogna mai mostrarsi deboli in Occidente, l’atteggiamento femminile o passivo è vietato fin dall’epoca degli antichi romani o del Diluvio Universale, contrariamente alle culture indiana o cinese, nelle quali il principio maschile yang e quello femminile yin hanno pari dignità). E’ insomma l’ossessionante logica dei detersivi o della “pulizia etnica”.

La via dell’integrazione con l’altro passa inevitabilmente attraverso l’integrazione con l’Altro interno a noi, che diventa ostile se noi siamo ostili ma che comunque evoca i movimenti difensivi “naturali” nei confronti dell’estraneo presenti fin dall’ottavo mese di vita del bambino. Infine, oltre ai motivi prima citati bisogna fare un accenno ad un altro motivo di paura per la proiezione sul romeno di fattori inconsci difficili da integrare nella coscienza.

Il vampiro, con le sue valenze cannibaliche ed emofagiche (un tempo saziate e placate psichicamente attraverso il rituale totemico occidentale detto “messa” in cui il sacrificio della vittima, il Cristo, e il successivo pasto cannibalico del suo sangue e del suo corpo, simbolizzati dal vino e dal pane, permettevano all’individuo la catarsi inconscia di questa enorme quantità di aggressività, mangiando lo Spirito che si è fatto Carne) ci riporta a stadi di sviluppo psicofisico molto precoci.

Questi stadi, se non vengono risolti, risultano intollerabili, quasi impossibili da rievocare e sopportare. Da questi in genere ci si difende con tutte le proprie forze, dato il dolore che ci provoca il doverli rivivere o ricordare, ammesso che ci riusciamo.

Perciò è così facile e naturale essere ostili e distanti: lo siamo già costantemente con noi stessi in ogni momento perché abbiamo paura di divorare o essere divorati. Il ritorno, l’arrivo del vampiro è temuto perché è il ritorno di ciò che avevamo dimenticato proprio perché dolorosissimo: una fame e una rabbia antiche nei confronti di figure familiari dalle quali un tempo dipendevamo inesorabilmente e che magari ci sono ancora vicine e dobbiamo difendere dal nostro stesso odio. Il bambino infatti è spesso vissuto inconsapevolmente dalle madri come il vampiro.

II

DEMETRA: Moriranno e avran vinta la morte. Vedranno qualcosa oltre il sangue, vedranno noi due.

Non temeranno più la morte e non avranno più bisogno di placarla versando altro sangue.

DIONISO: Si può farlo, Deò, si può farlo. Sarà il

racconto della vita eterna. Quasi li invidio. Non sapranno il destino e saranno immortali. Ma non sperare che si stagni il sangue.

DEMETRA: Penseranno soltanto all’eterno. Se mai, c’è il pericolo che trascurino queste ricche campagne

DIONISO: Intanto. Ma una volta che il grano e la vigna avranno il senso della vita eterna,

sai che cosa gli uomini vedranno nel pane e nel vino?

Carne e sangue, come adesso, come sempre. E carne e sangue gronderanno, non più per placare la morte, ma per raggiungere l’eterno che li aspetta.

DEMETRA: Si direbbe che vedi il futuro. Come puoi dirlo?

DIONISO: Basta avere veduto il passato, Deò. Credi a me. Ma ti approvo. Sarà sempre un racconto.

Cesare Pavese, Il mistero, da: Dialoghi con Leucò Einaudi, Torino 1947

“Aequalis eius fuit Aristides Thebanus. Is omnium primus animum pinxit et sensus hominis expressit, quae vocant Graeci ‘ethe’, item perturbationes, durior paulo in coloribus. Huius opera oppido capto ad matris morientis ex volnere mammam adrepens infans, intellegiturque sentire mater et timere, ne emortuo laete sanguinem lambat. Quam tabulam Alexander Magnus transtulerat Pellam in patriam suam.” (Plinio, Storia Naturale, XXXV, 98, Einaudi ed., Torino 1988)

“Suo contemporaneo fu Aristide di Tebe (pittore dell’età di Alessandro, circa 335 a.C., N.d.A.). Costui per primo dipinse l’animo dei suoi personaggi ed espresse i sentimenti umani che i Greci chiamano ethe, e anche le passioni; ma era un po’ troppo duro nei colori. Opera sua fu il Bambino che, dopo la presa di una città, si arrampica sul seno della madre morente per una ferita e si capisce che la madre se ne accorge e teme che, inariditosi il latte, il bambino succhi il sangue. Alessandro Magno aveva portato questo quadro a Pella, sua patria.” (traduzione di Rossana Mugellesi)

Perché scrivo questo? Per cercare di cogliere ciò che tentavo di esprimere prima quando definivo Constantin schermo di una nostra proiezione; dato che ci sono parti inconsce della personalità dalle quali la nostra coscienza si difende. Il messaggio da raccogliere potrebbe essere più o meno questo: sta emergendo alla coscienza qualcosa di nuovo, una nuova personalità, simboleggiata da un bambino, che ha anche, come suo aspetto negativo, le caratteristiche del vampiro. E’ affamato di tessuti liquidi come il sangue-latte, e questo significa che richiede la nostra attenzione (cibo, energia) in un momento in cui la nostra civiltà è ferita e morente (matris morientis ex volnere …) ed ha orrore di questa effusione che le porta via energia (il bambino ci appare solo come divorante-parassita, come Dracula nella sua versione occidentale, cioè negativa, quale espressione degli aspetti infantili orali e cannibalici della personalità, vicini alla psicosi e alla simbiosi madre-figlio; un po’ come viene giudicato il Terzo mondo dall’Occidente, solo in termini negativi e non di novità anche positive, ecc.). Ci viene ricordato che dentro ognuno di noi abita, dimenticato, un bambino affamato che vuole letteralmente divorare la madre, la quale ha paura e orrore di lui in quanto pericoloso parassita, da scacciare: la proiezione di questo pericoloso essere, che siamo noi, è su chi chiede ed è debole, in questo caso su Constantin. Tralasciamo qui le considerazioni sulle qualità positive di questa personalità (parzialmente proiettate perché temute dal nostro vecchio stile di coscienza dato che rappresentano, anche queste, la sua morte e trasformazione). Considerazioni sulla ricchezza emotiva, sulla diversità di punti di vista, sull’Anima. Sono novità che sono parzialmente accettate da noi, aspetti di questa figura Puer emergente, ermetica ma anche pànica, che sono evidenti nel “Dracula da un punto di vista rumeno”: è redentore, cioè portatore di un nuovo stile di coscienza che è riuscito ad eliminare quello antico e tirannico, ed è Crono-Saturno come dio dell’età dell’oro, una volta stabilizzatosi nel suo potere.

Attenzione però, nulla è più facile del venire posseduti da questa figura, così vorace e avida di sangue, così furiosa e potente da dominarci e renderci depressi. In questo caso Dracula mostra l’aspetto oscuro di Saturno, il Melanconico, l’Antico di Giorni, il freddo, secco e lentissimo pianeta della desolazione, del potere, del Senex, del calcolo, del pensiero ossessivo e depressivo. E’ Crono-Saturno divoratore dei propri figli, zoppo e con la falce, prepotente, avido e bisognoso ma mai capace di ammissioni di debolezza: è il nostro vecchio ego infantile e feroce, mai aperto alle forze della vita istintuale, ma dominato da esse. E’ la Vergine di Ferro che succhia il sangue di chi gli sta vicino, è la zitella piena di odio e consumata dal desiderio di possesso, di accumulo, di rapina, ma incapace di essere feconda, di avere accesso alle proprie energie del profondo.

Un bambino affamato, solo, da vecchio o da adulto può diventare un vorace divoratore (di denaro, cose, persone, sostanze …) un posseduto dal bambino-demone, se non riesce ad averne la consapevolezza; una bambina deprivata di affetto e attenzioni orali, precoci, può diventare una donna o una madre divorante.

Se essi non portano alla coscienza questo loro antico problema tenderanno ad agirlo nel mondo esterno poiché non riescono ad elaborarlo in quello interno (acting out): “…Il sonno mi prese, insieme all’ostinazione. La lieve luce della luna mi calmava e l’immensa distesa all’esterno mi dava la sensazione della libertà. Decisi di non tornare in quelle cupe stanze, ma di dormire in quella camera, dove un tempo dame gentili avevano vissuto e cantato e sognato, con la tristezza nel cuore per i loro uomini lontani, in guerra. Trascinai un grande divano in un angolo, in modo da poter vedere, stando disteso, il bellissimo panorama. Indifferente alla polvere, mi preparai a dormire. Penso di essermi addormentato; lo spero, ma temo di no, perché tutto quel che accadde era reale, così reale che ora, seduto nella chiara luce del sole mattutino, non riesco a convincermi che fosse nel sonno. Non ero solo. La camera era la stessa, immutata da quando vi ero entrato; vedevo sul pavimento, nella brillante luce della luna, il segno dei miei passi, dove avevo calpestato la polvere accumulata. Di fronte a me, illuminate dalla luna, c’erano tre giovani donne, dame nell’abbigliamento e nel tratto. In quel momento, quando le vidi, pensai di sognare perché, pur avendo la luna alle spalle, a terra non c’era la loro ombra. Si avvicinarono a me e mi guardarono, poi sussurrarono fra loro. Due erano brune con nasi aquilini, occhi penetranti che sembravano quasi rossi, nella luce giallo pallido della luna. La terza era bionda, biondissima, con lunghi e folti capelli d’oro e occhi simili a zaffiri pallidi. Mi sembrava di riconoscere il suo viso, in rapporto a un timore ignoto, ma non riuscivo a ricordare quale. Avevano tutte e tre denti bianchi e smaglianti che scintillavano come perle sulle labbra rosse e voluttuose. In loro c’era qualcosa che mi metteva a disagio, una strana nostalgia e insieme una paura mortale. Nel mio cuore provavo un selvaggio, bruciante desiderio di essere baciato da quelle labbra. … Bisbigliavano fra loro; poi scoppiarono a ridere tutte e tre insieme, una risata argentina e musicale, ma sinistra, un suono che non sembrava potesse uscire da labbra umane.

La bionda scosse la testa con civetteria e le altre due la incoraggiarono. Una disse: ‘Avanti sei la prima. Dopo tocca a noi. Hai tu il diritto di cominciare.’

L’altra aggiunse: ‘E’ giovane e forte. Ci sono baci per tutte.’

Giacevo immobile, guardando di sotto le palpebre, in un tormento di deliziosa attesa.

La ragazza bionda si avvicinò e si chinò, tanto che sentivo il suo respiro su di me. Era dolce, dolce come il miele e mi diede lo stesso brivido della sua voce, ma nella sua dolcezza c’era qualcosa di offensivo, qualcosa di amaro come l’odore del sangue.

Non osavo alzare le palpebre, ma vedevo perfettamente. La ragazza bionda si inginocchiò e si chinò su di me, golosa. Aveva un qualcosa di deliberatamente voluttuoso, e insieme di repulsivo. Nell’inarcare il collo, si leccò le labbra come un animale e, alla luce della luna, vidi scintillare le labbra umide e scarlatte, e la lingua rossa, che lambiva i denti bianchi e appuntiti. … (da: Dracula di Bram Stoker, Longanesi, Milano 1966)

III

                                                                                   drac sm. 1. diable,démon; drace! diable! fichtre! de drac, a) rusé,    b)  endiablé; al dracului, a) du diable, diablement; b)

méchant; a da dracului, envoyer au diable;

sa fiu al dracului daca …, que le diable m’emporte si …, du diable si …; la dracu cu …, au diable si le (ou la), foin du …; 2. calu

dracului, mégère; salba dracului, neveu.

C. Saineanu, Dictionar Roman-Francez, Francez-Roman; Editura “SCRISUL ROMANESC”

Craiova, Romania, (anno sconosciuto)

Un mito è anche, fra le altre cose, la descrizione di un fattore che orienta comportamenti, pensieri e affetti verso una certa direzione prestabilita (spesso collettivamente, se non è un mito personale). E’ una sorta di copione universale che viene poi riempito dalle particolari interpretazioni individuali. Il mito è indispensabile a volte per descrivere processi psichici profondi o inconsci: “Il lettore non si scandalizzi se la mia esposizione suona come un mito gnostico”, scrive Jung in Psicologia e Alchimia (pag. 28, Boringhieri, Torino 1981). Continua più avanti dicendo: ” Il mitologema è il linguaggio più originale e più adatto per questi processi psichici, e nessuna formulazione intellettuale può raggiungere, nemmeno approssimativamente, la ricchezza e la forza espressiva dell’immagine mitica. Si tratta di immagini originarie che per la loro natura possono venir riprodotte nel modo migliore e più esatto da un linguaggio esprimentesi per immagini.”

Ogni epoca subisce dei miti e li mostra in maniera più o meno evidente, più o meno vitale. Certi miti restano attivi a lungo, si pensi al mito cristiano, altri compaiono, si inabissano nella corrente del tempo per poi riemergere e imporsi nuovamente sulla scena del mondo. Il mito del vampiro, del non morto-non vivo che ritorna fra gli uomini (Nosferatu), del Masticatore (Nachzehrer, morto che rimane vivo nella tomba e che si trasforma in vampiro nel momento in cui ci si dimentica di lasciare qualcosa da masticare accanto a lui) appartiene a quest’ultima categoria. E’ un mito che esiste da sempre e in ogni parte del mondo ma che ha momenti di maggiore o minore diffusione e manifestazione. Ha avuto molta fortuna dagli inizi del 18° secolo ai primi dell’ottocento ed è ritornato ad averne dalla fine dell’ottocento ad oggi. Del resto non è difficile rendersi conto della vitalità attuale di questo mito. Libri, più o meno noti (celeberrimo quello di Bram Stoker citato in precedenza), films, fumetti continuano a riproporci la storia dell’uomo mezzo animale e mezzo demone che viene dalla notte, dall’oscurità, dal lato oscuro della nostra personalità: si pensi a Batman, l’uomo pipistrello, versione eroica ed edulcorata all’americana in cui il protagonista che salva la fanciulla (cioè simbolicamente la vergine, la propria ‘mente vergine’ che deve venire difesa dalla conoscenza del sesso e del male o della morte contenute nella propria personalità e rappresentate dal criminale o dal pazzo, ma in genere più spesso dal ladro, che penetra e ‘ruba’ la verginità) si ritrova sostanzialmente a combattere contro il suo alter ego psicotico e dimenticato, dal quale è così posseduto da doversi trasformare in animale notturno e infernale e dimenticare la sua identità diurna e “normale”.

La violenza con cui ci si difende dal pipistrello e dal vampiro è pari al terrore della regressione che esso suscita in noi, al terrore della morte o meglio della non morte-non vita.

La nostra fase emofagica “normale” ( in quanto esseri umani e quindi mammiferi) avviene in utero. Il feto è emofagico, si nutre del sangue della madre attraverso il cordone ombelicale. Il neonato assume anche lui un tessuto liquido proteico, il latte. L’emofagia precede la galattofagia, fonda l’essere umano.

Il primo atto dello zigote è impiantarsi sulla mucosa uterina e cercarne il sangue. Una barriera di tessuto fibrinoso separerà da allora in poi il sangue dell’embrione e del feto da quello della madre. Ma anche la fibrina è una proteina contenuta nel sangue, il sangue difende perciò sé stesso dal sangue dell’estraneo, dal piccolo Dracula impiantato nella bara-utero, non-morto e non-vivo come lo sono i feti, in uno stato di esistenza intermedio fra la morte, il Nulla da cui provengono, e la vita diurna che li attende dopo la nascita.

L’embrione è Sacro e Simbolo di conoscenza proprio perché partecipa di questo mistero, perché viene dal Nulla, dalla Morte ed esce nella Vita. Perciò fa così paura e rompe vecchi schemi, perché è divoratore da un lato e portatore della Nuova Vita dall’altro.

A seconda dell’atteggiamento, puritano o accogliente, che abbiamo nei suoi confronti può diventare Dracula-Saturno o Ade-Dioniso, mortifero o portatore di energia vitale. Succhiasangue diabolico o Nuova Luce nel mondo.

Perché i bambini (il nuovo, il germoglio) fanno sempre paura ai vecchi (la conservazione, l’ego preda di Saturno-Crono, Erode), anche quando giocano con loro, poiché rappresentano la loro morte che è richiesta di trasformazione e rinnovamento.